Verso le elezioni, riflettere prima di decidere: il commento del Prof. Antonio Iodice

Nella precedente riflessione abbiamo provato a motivare la disaffezione dei cittadini nei riguardi dell’Unione europea, rappresentata dentro lo scenario globale dominato dal mercato. Vorremmo, qui, rilanciare la convinzione che la comunità internazionale
ha di fronte a sé sfide indifferibili, decisive per l’essenza stessa della vita in
tutte le sue manifestazioni, dal rispetto dell’uomo e della sua dignità in uno con la salvaguardia del creato. Fin quando è il mercato, quello che conosciamo nelle sue degenerazioni , a regolare il cosiddetto “naturale” ordine economico della gigantesca complessità del pianeta, a nessuno è dato assicurare che singole società o aree geografiche, o addirittura continente o potenza possano farsi carico di soluzioni per tutto e men che mai per tutti.

Da non sottovalutare che nei cicli storici dalle straordinarie trasformazioni i comportamenti
collettivi non si presentano mai in forma meccanicistica. Infatti, in costanza di fattori scatenanti -calamità naturali, guerre,volatilità di mercato, catastrofi umanitarie e radicali stravolgimenti politici- i bisogni, l’agire individuale, la socialità rivelano caratteristiche
e varianti tipiche del ciclo. Nella contemporaneità, la cultura utilitaristica, quella del profitto troppo spesso in spregio dell’etica e delle più elementari norme di giustizia, è generatrice di precarietà e sfiducia nel futuro. Le paure e insicurezze sono le conseguenze più
esplicite. Solo giudizi approssimativi per strumentalizzazioni politiche insistono
ad attribuirle, in via prevalente, al drammatico fenomeno migratorio.
è in gioco la real-politik che si afferma e si apprezza per capacità di lettura e di interpretazione dei mutamenti vorticosi, ben oltre la stagione di quelle proposte
politiche limitate nel governo del presente
perché senza visioni di futuro.

Le elezioni di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo, con sullo sfondo lo
spettro di una nuova recessione e l’Italia più a rischio di tutti, dovrebbero essere
l’occasione per un dibattito di alto profilo, severo, duro, che restituisca dosi di speranza
ai cittadini europei nella prospettiva, non astratta, che gli interessi nazionali possano ancora trovare risposte nella “ casa comune” come è avvenuto dal
1957.

Dunque, un discorso che tocca per primi gli europeisti convinti o diversamente
convinti. Per cambiare bisogna assumere con coraggio le criticità strutturali della
costruzione europea insieme alle amplificazioni dovute alle due recessioni che
hanno colpito ,dagli USA, il continente nel 2008-2009. Il deficit democratico per
eccessivo allargamento del numero dei Paesi membri, gli squilibri socio-economici
accresciuti nella zona – euro sono tra le problematiche più significative in agenda.
Su questo terreno occorrerà misurarsi con intelligenza e spirito costruttivo con
gli accusatori più accaniti dell’Unione, i quali non potranno disconoscere di aver
cambiato totalmente le posizioni pro-exit dall’Europa o dall’euro, non facevano distinzione,
su cui avevano accumulato consenso.

Sul primo punto va richiamato il clima positivo che si respirava intorno ai programmi
di avvicinamento che incrociava le aspettative del tutto nuove avanzate in vista della caduta del Muro di Berlino del 1989. Chi ha avuto l’onore e l’onere di poter lavorare da eletto del popolo in Parlamento europeo è testimone delle pressioni, pienamente condivise, di esponenti della cultura, dell’economia, della politica, delle religioni e dell’associazionismo
dell’Est europeo di voler affrontare con determinazione la transizione dall’economia
centralista e dal totalitarismo alla liberal-democrazia. D’altronde il processo
di integrazione non è mai stato inteso nell’ottica della “fortezza” economica.
In rapida successione tutti i Paesi dell’Europa Centro-Orientale, il sistema satellite
dell’Unione Sovietica, si candidano a far parte della comunità. Di certo si può parlare
senza retorica di una conquista per la democrazia e per lo Stato di Diritto. Anni
intensissimi ed esaltanti; da un lato la preparazione finale all’avvento dell’euro,
dall’altro le “azioni” necessarie per armonizzare, in almeno sette-otto anni, le
convenienze concordate tra l’aspirante entrante e la comunità accogliente. La
progressione degli allargamenti porta il numero degli Stati membri da 15 del 1995
a 25 del 2004 e includeva, ovviamente, fasi ravvicinate di verifiche dei meccanismi
decisionali.

La sopravvenuta emergenza economica trova l’Unione impreparata. Tra contraddizioni
e divergenze, tra provincialismi e caccia al nemico chiunque fosse, il deficit
democratico sparge sale sulle ferite. I Capi di Stato e di Governo i primi attori,
seguiti per importanza dal Parlamento e dal Commissione, sono chiamati ad un
compito gravoso. La crescita rallenta di colpo e le finanze sono deteriorate pesantemente.
Il primo caso di default non a caso riguarda la Grecia, emblematico per eccesso
demagogico: pretesa di offrire vantaggi e privilegi alla popolazione in
carenza delle dovute coperture; il debito avanza al ritmo di 50 punti/anno dal
2002, i risparmiatori assalgono le banche per ritirare i loro depositi.
L’effetto domino è la preoccupazione principale dell’Unione, e, in particolare,
della Germania e di qualche altro Paese per vicinanza negli affari finanziari e
commerciali. Purtroppo, lo spirito comunitario viene aggirato. L’Unione per adottare
i primissimi provvedimenti deve preliminarmente avere contezza dei bilanci
e quelli della Grecia risultano essere “truccati”. Forze politiche populiste, non
solo nazionali, spingono per l’uscita del Paese dall’Europa, come se le responsabilità
fossero di altri. Il popolo saggiamente respinge per referendum di imbarcarsi
in un’avventura pericolosa. Da Bruxelles viene approvato un piano di intervento
per gli Stati più colpiti dalla crisi dei debiti sovrani, dotato di un Fondo di
60 m.di di euro proveniente dalle risorse di bilancio. Trattasi di un segnale all’insegna
della solidarietà ma di aiuto modesto. Fa seguito il “fondo salva Stati” dotato
di circa 440 m.di di euro che coinvolge il mercato. è un supporto finanziario
agli Stati per rafforzare la disciplina fiscale e per procedere alle riforme strutturali.
Attenzione specifica viene rivolta ai Paesi a più alto rischio – PIIGS- Portogallo, Irlanda
, Italia, Grecia e Spagna, per calo tendenziale degli investimenti dal 2008-
2009. L’iniziativa viene assunta dalla BCE attraverso il programma, Quantitative
Easing (Q.E.) , di durata pluriennale e prorogato, per fortuna, fino al dicembre
scorso per gli acquisti netti del debito.

Proseguiranno i reinvestimenti in funzione dei tassi, forse fino all’estate. La stessa Banca Europea per gli Investimenti (BEI) è attivata con il fondo che avrebbe contribuito a mobilitare il cosiddetto “Piano Juncker” fino a 315 m.di di euro nell’arco di un triennio per il finanziamento di investimenti pubblici e privati. Il risultato è stato di modesta portata
date le confuse governabilità all’interno della comunità.
Infine la programmazione 2007-2013 per le politiche di coesione che impegna una dotazione di 346,5 m.di di euro. Un pacchetto di indubbia efficacia che è per tutti
i paesi dell’Unione, ma con assegnazioni, consolidate nei Trattati, largamente maggioritarie
per i Paesi svantaggiati , tra cui l’Italia, che continua a distinguersi per incapacità
di spesa delle risorse. Non è intenzione nostra ricondurre a questa piaga tutta italiana il peggioramento in atto della condizione socio economica. Il debito pubblico in aumento, il
blocco degli investimenti inconcepibile, le scelte a forte carico per il bilancio statale
sono fatti che parlano da soli e meritano un esame ponderato. Il cittadino
potrebbe attendersi almeno l’impiego utile e tempestivo di tutte quelle risorse
davvero disponibili fino all’ultimo euro.