Questione rom, giuglianesi tra razzismo ed inclusione: l’articolo del Prof. Francesco Vasca

di prof. Francesco Vasca

Giugliano è razzista o inclusiva? Siamo davvero così accoglienti? Io direi, un po’ sì e un po’ no. La notizia del recente sgombero del campo ROM nella periferia della nostra città ha avuto risonanza nazionale, ma non ha molto smosso l’opinione pubblica giuglianese. Troppi i commenti sui social networks intrisi di pregiudizio e astio, di compiacimento perché finalmente quelle persone “tanto sporche e incivili” erano state allontanate dalla nostra zona. Sfoghi di razzismo, li definirei. Voglio proporre una lettura più concreta, meno qualunquista. Sulla gestione residenziale della popolazione ROM e Sinti, i cosiddetti zingari, si sono spesi fiumi di studi e scritti. Nella mia chiave di lettura vorrei porre l’accento sulla persona. Vorrei invitare tutti, immaginando di guardare negli occhi le persone ROM che abbiamo occasione di incontrare ogni giorno, di pensare alle storie che quegli occhi raccontano. Oltre centomila in Italia, si stima che meno del 20% degli zingari vivano in campi nomadi, una soluzione tutta italiana, mentre la maggioranza risiede in abitazioni. Per capire meglio la situazione mi sono fatto aiutare dalla bella TED talk di Pino Petruzzelli intitolata “Elogio agli zingari” (il video si trova facilmente sul web). Nel suo intervento, il relatore racconta dei tanti pregiudizi che abbiamo nei confronti degli zingari, pregiudizi che rendono questa popolazione più misconosciuta che conosciuta realmente. Spesso, pensando agli zingari, ci vengono istintivamente in mente alcuni comportamenti deprecabili: rubano, non si lavano, fanno mendicare i loro bambini, non lavorano. E subito identifichiamo la causa di tutte queste situazioni in un comodo “a loro piace vivere così”. Per essere più obiettivi, bisognerebbe però cercare di conoscere la situazione un po’ più da vicino. Provo a raccontare qualche storia vera. Un paio di anni or sono, fratel Stefano Divina dei Fratelli Maristi mi invitò ad andare con lui a fare visita a una famiglia ROM nel campo di Giugliano, cosa che abitualmente faceva. Fatima ci accolse in casa sua, dove viveva col marito e sei figli. La casa era una baracca, vicino a una roulotte in una piazzola di terriccio e fango; era appena fuori dal recinto del campo perché, ci disse Fatima, preferiva evitare ai bambini situazioni di prevaricazioni e delinquenza che quotidianamente avvenivano all’interno del campo. Ciò al prezzo di dovere vivere più vicino ai cumuli d’immondizia che veniva sversata nella campagna circostante. La casa era curata, i bambini erano gioiosi e accoglienti verso noi ospiti. In casa non c’era acqua e il gabinetto era fuori nella piazzola dove scorrazzavano numerosi topi. Fatima mi raccontava che per lei la difficoltà più grande era cercare di accompagnare i bambini a scuola la mattina: bisognava sperare che la loro auto malandata partisse, perché il pulmino del Comune, che passava a oltre un chilometro di distanza da quella casa, quasi mai si fermava con regolarità. Floriano è un giovane ROM poco più che maggiorenne; ogni domenica chiede l’elemosina alla porta di una chiesa della nostra città. Un giorno una persona mi disse: “Inutile dare l’elemosina a questi accattoni, andassero a lavorare!”. Floriano lavora tutta la settimana come giardiniere, con lo zio. La domenica cerca di arrotondare elemosinando perché per gli zingari è ancora più difficile trovare qualcuno che li faccia lavorare. La condivisione del suo sorriso e la sua stretta di mano rendono la mia giornata una vera festa. C’è poi la storia di Elisa, una mamma ROM che si accompagna con i suoi due figli di pochi anni. Un giorno Elisa bussa al citofono di una casa. Qualcuno risponde. Elisa non chiede soldi, ma qualche tenda. Tenda? Sì, perché la settimana successiva sarebbero andati da lei gli assistenti sociali ed Elisa voleva fare trovare la casa più curata. È vero, alcuni ROM rubano. Ma ci scandalizziamo altrettanto per quello che rubano al fisco i tanti evasori, semmai anche professionisti? Certo, alcuni zingari sono insistenti e invadenti. Ma ci scandalizziamo altrettanto quando insistentemente alcune persone ci chiedono voti clientelari o favoritismi? I ROM sono sporchi! Nella maggioranza delle situazioni dalle nostre parti è vero, ma quali azioni sono state intraprese per garantire condizioni igieniche accettabili per la vita nei campi? Lo sgombero del campo ROM di Giugliano, posizionato non lontano dalle discariche della città, è stato giustificato con motivi igienico-sanitari e di pubblica incolumità. Ma lo sgombero ha migliorato queste condizioni? Per il prossimo futuro è annunciata un’azione di “inclusione post-sgombero”. Ma nel frattempo, dove e come vivono questi cittadini Giuglianesi oggi, in questi giorni, in queste settimane? Si diceva che lo sgombero era conseguen- za della priorità data al benessere dei bambini. Beh, siamo in pieno anno scolastico. Quanti degli oltre 100 bambini del campo stanno frequentando la scuola in questi giorni? E come fanno a raggiungerla? Si dirà che tanto non ci andavano neanche prima. Ma questo è un ragionamento esclusivo e non inclusivo, un pericoloso punto di partenza per atteggiamenti razzisti. Ogni azione pubblica dovrebbe essere immaginata per migliorare le condizioni di tutti, mettendo al primo posto gli interessi dei più deboli, di coloro che devono gridare per farsi sentire, coloro che devono uscire sulla piazzola infangata per andare in bagno, come facevano le nostre generazioni di tanti anni fa. Se superassimo l’istintiva paura del “diverso”, avvicinandoci alle storie di tante persone ROM che incrociamo ogni giorno, ci libereremmo di tanti pregiudizi. Una vera strategia d’inclusione parte dalle nostre relazioni, dalle opportunità di riscatto che sapremo offrire insieme a percorsi di responsabilizzazione civile. Avremo pure sgomberato i ROM, molti di loro nati a Giugliano, dalle nostre periferie, ma non possiamo permetterci di sgombrare le nostre menti e i nostri cuori dalla necessità di una loro inclusione sociale e dalle nostre responsabilità perché ciò avvenga.