Giugliano. Intervista alla vittima del racket: “Lasciato solo dopo aver denunciato, serve coraggio”

La sua denuncia è stata fondamentale per far arrestare e condannare il cosìdetto gruppo delle Palazzine, gli scissionisti del clan Mallardo che per diversi mesi hanno messo in ginocchio le attività commerciali del territorio giuglianese attraverso ingenti richieste estorsive. Mentre quasi tutte le vittime decisero di non denunciare il racket, Luigi (nome di fantasia, ndr), invece, svelò ai carabinieri della Compagnia di Giugliano i nomi di coloro che andarono nel suo negozio a chiedere 5mila euro “per gli amici delle Palazzine”. Soldi che lui non aveva perché in quel periodo gli affari non andavano molto bene. Soldi che si era guadagnato con sudore e fatica e che invece il clan pretendeva per “lasciarlo tranquillo”. Quella di Luigi è rimasta una voce quasi isolata, purtroppo. Ancora oggi la camorra a Giugliano continua a tenere sotto scacco imprenditori e commercianti, come dimostrano gli arresti per pizzo ai cantieri del Più Europa o al servizio mensa del Comune. Dietro alla bomba al bar Pausa Caffè, alle ‘spaccate’ ed ai furti sospetti alle attività commerciali del territorio potrebbe nascondersi una strategia criminale legata al pizzo. Al silenzio e all’omertà, Luigi ha preferito il coraggio.

Iniziamo dal principio. La scelta di denunciare il pizzo ti ha cambiato la vita. Lo rifaresti?

Sì, lo rifarei altre cento volte. Nonostante queste persone mi abbiano tolto tutto nel momento più felice della mia vita, non potevo piegarmi a quelle richieste. Ho sempre fatto enormi sacrifici, fin da bambino ho lavorato con la mia famiglia. Non potevo permettere alla camorra di succhiare il mio sangue. Quanto ti è costato farla? Sicuramente tanto, sia in termini economici che umani. Oggi non faccio più l’imprenditore ma lavoro come semplice dipendente in un market. Ho perso tutti gli investimenti fatti fino ad ora, il negozio l’ho chiuso.

Hai avuto difficoltà o problemi a trovare un’altra occupazione? Sapevano della tua storia?

Non è stato difficile anche perché ho un ottimo curriculum nel mio settore. Però quasi nessuno era a conoscenza di ciò che ho fatto. Quando ho raccontato tutto non ho avuto problemi, anzi mi hanno fatto i complimenti e si sono detti orgogliosi di me. Naturalmente mi hanno chiesto di non espormi troppo. Invece dal punto di vista personale? Mi è stato accertato un danno psicologico del 35%. In pochi mi sono stati vicino. Sicuramente al mio fianco ho trovato i carabinieri ed in particolare il Capitano De Lise, la mia famiglia ma anche le associazioni antiracket, da cui sto ricevendo sostegno anche legale. Ma in molti hanno preferito girarsi dall’altra parte. Sono rimasto l’unico, attraverso la Fai (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura italiane), a costituirmi parte civile nel processo contro i miei estorsori. Nemmeno l’Amministrazione comunale lo ha fatto. Molte vittime del racket sono state minacciate ed anche picchiate in modo violento, eppure hanno scelto l’omertà. Anzi qualcuno mi prendeva per lo ‘scemo’ del paese, mi guardavano in modo strano quasi come se fossi io quello sbagliato.

Ha mai subito minacce dopo la tua denuncia?

Sì, hanno minacciato di morte me e la mia famiglia. Hanno detto che mi facevano trovare la testa di mia madre sotto casa. L’ultima volta, lo scorso settembre, mentre ero di ritorno dalla festa di San Giuliano alcuni ragazzi in motorino mi circondarono perché volevano picchiarmi, senza motivo. Ho denunciato tutto ai carabinieri ma questo non mi ha fatto cambiare idea sulla scelta fatta.

Perché allora ha rifiutato la scorta?

Essere accompagnato 24 ore al giorno dalle forze dell’ordine avrebbe condizionato troppo la mia vita e quella dei miei familiari. Certamente ho paura, quando torno a casa mi guardo sempre le spalle prima di chiudere il cancello, ma preferisco   preferisco andare avanti per la mia strada.

Dopo l’attentato al bar Pausa Caffè, invece, c’è stata una risposta compatta da parte della politica e della società civile di Giugliano. Il tuo gesto di coraggio è servito a cambiare qualcosa?

Non lo so, lo spero. Sicuramente è una risposta positiva rispetto al passato ma certamente non bastano le parole ma servono i fatti. Nessuno dei commercianti che ha subito, insieme a me, il pizzo ha poi denunciato e questo è grave. Anzi qualcuno si è adagiato dopo la mia denuncia pensando “tanto se lo vede lui..”. Invece non è così. Se qualcuna delle vittime si fosse unita alla mia denuncia sicuramente avremmo dato un segnale più forte contro la camorra. L’appello che voglio fare è che l’unione fa la forza. Per fortuna ci sono tanti modi per segnalare il pizzo, anche in via anonima alle associazioni di categoria, le quali forniscono la dovuta assistenza. Le forze dell’ordine stanno facendo un grande lavoro ma serve più collaborazione da parte dei cittadini ed anche dalla politica. è assurdo che le telecamere cittadine siano in gran parti non funzionanti.

A breve inizierà il processo d’Appello contro il gruppo Scissionista del clan Mallardo, condannato in primo grado ad un totale di 100 anni di carcere. Se qualcuno di queste persone dovesse uscire da galera lei cosa farebbe?

In quel caso, per il periodo che resterò qui, accetterò la scorta. Nel frattempo sto già programmando il mio futuro. Sicuramente andrò via da Giugliano. Voglio mettermi alle spalle questa storia e ricominciare una nuova fase della mia vita che sarà lontano da qui. Una parte del mio cuore resterà per sempre a Giugliano, spero che prima o poi le cose migliorino ma serve la volontà e il coraggio di tutti. A coloro che ancora oggi subiscono in silenzio dico di avere coraggio e di denunciare, di non piegarsi alla camorra.