Intervista al Capitano Andrea Coratza (Comandante Carabinieri Giugliano): “La città ha fame di sicurezza e legalità, chi denuncia il racket non va lasciato solo”

Il Capitano Andrea Coratza, Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Giugliano

Da sette mesi è alla guida della Compagnia dei Carabinieri di Giugliano, sette come i Comuni che con i suoi militari presidia giorno e notte per garantire sicurezza e legalità. Tanti i temi toccati nella nostra intervista esclusiva con il Capitano Andrea Coratza: dal suo approccio con la realtà giuglianese alla lotta alla micro e macro criminalità, fino al fenomeno delle estorsioni. Trentasette anni, origini sardo-piemontesi, il Comandante Coratza, nonostante la giovane età, vanta già un ottimo curriculum. A 16 anni ha frequentato la scuola militare a Milano, poi dopo essere entrato nell’Arma ha avuto un’importante esperienza a Moncalieri, piccola cittadina in provincia di Torino. Il suo approccio con la realtà campana, e nello specifico con quella partenopea, è avvenuto negli ultimi anni trascorsi a Napoli, dove ha fatto parte del Nucleo Investigativo Sezione Reati contro il Patrimonio e la Pubblica Amministrazione. Da metà settembre è alla guida della Compagnia dei Carabinieri di Giugliano, una delle più grandi del Sud Italia, comprendente un territorio vasto che va dal comune capofila (Giugliano, ndr), poi Qualiano, Sant’Antimo fino ad estendersi verso Frattamaggiore, Frattaminore, Grumo Nevano e Casandrino.

Questa è la sua prima esperienza da capitano alla guida di una Compagnia. Com’è stato l’impatto con la realtà giuglianese?

Il ruolo di Comandante di Compagnia è molto impegnativo ma allo stesso tempo stimolante. La mia precedente esperienza è stata prettamente investigativa per cui basavo tutto sulle indagini. Invece da Comandante devo badare anche alla gestione del personale e ad interfacciarmi con la società civile, le istituzioni e le altre forze dell’ordine. L’impatto con la realtà giuglianese è stato molto impegnativo, ma fortunatamente sono affiancato da preziosi collaboratori che mi danno quotidianamente un grande aiuto. È una periferia grande, molto popolosa quindi sia le emergenze che la richiesta di sicurezza sono elevate. La percezione che ho avuto immediatamente è che ci sono molte richieste da parte della popolazione per quanto riguarda la sicurezza. La gente ne ha bisogno e fa bene a chiederla. Lo dimostrano anche le tante iniziative incentrate su questo tema, soprattutto nelle scuole. In tal senso è stato fatto un ottimo lavoro dai miei predecessori, che ringrazio. I carabinieri non vengono visti come nemici, anzi si è creato un ottimo rapporto con la popolazione. Ce ne accorgiamo quando i nostri militari camminano in strada e quando attiviamo la Stazione Mobile in centro. È ovvio che la repressione giudiziaria deve esserci ma non è sufficiente. Occorre una sinergia tra repressione- prevenzione-educazione. Questa è l’arma vincente.

Quali le differenze rispetto alle precedenti esperienze?

Già conoscevo la realtà campana e napoletana avendo lavorato negli ultimi anni al Nucleo Investigativo di Napoli. Ho impiegato un po’ di tempo ad ambientarmi sia per quanto riguarda l’ambito lavorativo che come stile di vita rispetto alla realtà piemontese dove ho vissuto e lavorato prima di venire in Campania. Giugliano è ancora diversa perché un conto è la città, altro conto è la provincia. In città c’è più attenzione mediatica, c’è più attenzione istituzionale perché lì si concentra la maggior parte della popolazione e quindi anche dei problemi e dei reati. Quindi sia a livello sociale che a livello economico che a livello criminale la città è sotto la lente d’ingrandimento ma questo non avviene solo a Napoli ma dappertutto. È vero che Giugliano è in provincia ma è la terza città della Campania, primo comune non capoluogo d’Italia, quindi è una realtà totalmente diversa da Moncalieri. In Piemonte città così grandi non esistono eccetto Torino. Le dinamiche criminali sono diverse ma sarebbe sbagliato pensare che nelle grandi periferie del Nord ci sia l’idillio assoluto, non è così. I reati si consumano ovunque, come si consumano a Giugliano si consumano in altre zone. Probabilmente l’indole dei reati è un po’ diversa. La percezione della criminalità di matrice organizzata che c’è qui non c’è da altre parti. Nella provincia di Torino non sto dicendo che non c’è criminalità, per certi aspetti potrebbe essere anche più forte, ma non è così radicata nella mentalità delle persone. Ci sono comuni sciolti per infiltrazione mafiosa ma non è pensabile che vanno a chiedere l’estorsione. Perché non la pagano, perché denunciano. È la mentalità che è diversa e su questo dobbiamo lavorare.

Com’è possibile cambiare la mentalità delle persone e, nello stesso tempo, rispondere all’esigenza di maggiore sicurezza da parte dei cittadini?

Innanzitutto voglio sottolineare un aspetto: non sempre nelle persone la percezione dell’insicurezza corrisponde al numero dei reati che effettivamente si consumano. Chi studia sicurezza fa differenza tra quella reale che è quella che si basa sui numeri e quella percepita che è quella che si conta sull’impressione delle persone. Pure se il trend della sicurezza reale è in miglioramento questo non equivale per la sicurezza percepita. Sicuramente il tema della sicurezza oggi è molto sentito, non solo a Giugliano ma in tutta Italia. Ma parlando di questi territori ho notato come ci sia tanta voglia di riscatto e legalità in questo. Naturalmente noi carabinieri, così come le altre forze dell’ordine, da soli non possiamo farlo. Serve un cambiamento culturale. Per cambiare le cose bisogna sentire un disagio. La società si evolve, situazioni che 10 anni fai potevano sembrare normali ora subiscono un cambiamento. Il disagio serve da stimolo a tutti. Il compito delle istituzioni in generale è quello di reprimere i reati e al contempo cercare di convertire la mentalità. È importante parlare con le persone, è importante andare nelle scuole per far capire che questa non è la normalità e quindi spingere ed incoraggiare la gente a cambiare, a denunciare se hanno subito in prima persona, a non voltare la testa se la cosa la vedono ai danni di altri. Il compito nostro è quello di avvicinare le persone e far capire che della legge non bisogna avere paura.

La paura, insieme all’omertà, spinge spesso le vittime a non denunciare il racket. Come si sconfigge questo fenomeno?

Bisogna far capire ai cittadini che lo Stato c’è, soprattutto dopo la denuncia. Ci potrebbe essere una presenza ancora più massiccia delle forze dell’ordine ma il fenomeno estorsivo è particolare perché chi viene a chiedere si fa riconoscere. Non è un rapinatore camuffato, si presenta. Sarebbe un fenomeno molto facilmente aggredibile. C’è tanta paura, ci vuole coraggio. Le paure si dovrebbero sconfiggere cercando di trasmettere il messaggio che qualora uno denunciasse non verrà poi abbandonato. La persona che denuncia non dovrebbe essere lasciata da sola, soprattutto dalla comunità.

La comunità giuglianese, soprattutto dopo il recente episodio della bomba, ha dato segnali di scossa ma allo stesso tempo c’è stata scarsa partecipazione al corteo organizzato dalle associazioni dei commercianti. Quant’è presente ancora questo fenomeno nel nostro territorio e quanta strada c’è ancora da fare? Anche le cosìdette ‘spaccate’ ai negozi sono legate al fenomeno estorsivo?

Le denunce per fortuna sono aumentate, soprattutto nei territori vicini a Giugliano, ed è stato importante per eseguire operazioni ed arresti, come nel caso della ditta della mensa a cui era stato chiesto il pizzo. Partecipare al corteo è un segnale positivo e di assunzione di coraggio ma ci vorrebbe una spinta in più. Ci vorrebbe un gruppo di persone per accompagnare un commerciante a denunciare. Un gruppo di persone che non facciano sentire sola la vittima. A questo scopo sarebbe importante avere a Giugliano un’associazione antiracket che funzioni, come si è fatto in altre realtà qui vicino. Creare un’associazione antiracket è importante, serve per riunirsi, parlare con altre persone e confrontarsi affinché nessuno possa sentirsi solo. Ha il compito di mettere ‘a sistema’ ciò che accade per poi poter andare in maniera massiccia a denunciare. È giusto avere delle aspettative legittime nei confronti delle istituzioni, ma è impensabile che da sole risolvano il fenomeno che può essere aggredito non solo con il controllo del territorio ma soprattutto con il risveglio della coscienza civile. Ritengo che quando una persona subisce un atto intimidatorio ne conosca il motivo; è difficile che qualcuno compia un gesto così clamoroso senza voler mandare un messaggio chiaro ed inequivocabile alla vittima. Riguardo al fenomeno delle ‘spaccate’ aggiungo che questo territorio, purtroppo, è da sempre teatro di reati di tale indole e, per adesso, non abbiamo elementi per poter ricollegare tali episodi al racket.

Qual è la priorità da affrontare tra mi- cro e macro criminalità? E qual è l’operazione portata a termine che le ha da- to maggior soddisfazione in questi primi mesi?

Noi abbiamo diversi reparti e con diversi compiti. L’attenzione è massima su tutti i fronti: dalla criminalità diffusa alla criminalità organizzata. Tutto ha la stessa priorità, dalla vecchietta scippata all’arresto del camorrista. La cosa che mi ha dato più soddisfazione è quello del merito e dell’accoglienza che mi ha riservato la popolazione. Tutti i miei predecessori hanno lavorato benissimo sul territorio. Abbiamo in itinere indagini che spero a breve daranno i loro frutti. Sulle operazioni portate a termine non sempre quella più importante è la più pubblicizzata. Ad esempio hanno fatto clamore a livello mediatico l’arresto persecutore del trans di Varcaturo, ma in questi mesi sono state eseguite molte operazioni e arresti, contro la criminalità organizzata e comune.

Com’è il rapporto con le altre forze dell’ordine?

È davvero ottimo. C’è sinergia massima con Commissariato di Polizia, con la Guardia di finanza e Polizia Municipale. Si è instaurato con tutti un rapporto prima umano e poi professionale.

A Giugliano il sistema di videosorveglianza potrebbe dare una grande mano ma non sempre le telecamere sono attive. Come si potrebbe intervenire?

Laddove ci sono e funzionano le telecamere possono dare una grande mano alle indagini. So che l amministrazione comunale si sta adoperando per implementare e migliorare l’intero sistema di videosorveglianza della città.