L’Europa è a un bivio

L’Europa è a un bivio! L’Unione attraversa la stagione più difficile dai Trattati di Roma del 1957. Come tanti abbiamo avuto l’opportunità di seguire l’evoluzione in tutte le tappe storiche, attraverso studi specifici.
Il nostro intento è di provare a recuperare, almeno in parte, la verità sui passi compiuti e sullo status-quo.Questa prima riflessione prende le mosse da alcune premesse. La prima è che l’Unione Europea non è un isola del pianeta e neppure un’entità messa insieme da poteri sconosciuti, ma una grande realtà integrata, frutto di un cammino voluto e perseguito dalla libera scelta dei paesi membri con il consenso dei cittadini europei. La seconda, per ribadire che l’Europa è partecipe delle trasformazioni epocali che viviamo in un rapporto di interdipendenza, nella globalizzazione, e quest’ultima è, in sostanza, il mercato divenuto mito, the one best way, per la felicità(!) dei popoli. Questo gigantesco sistema mondiale di potere, senza alternative alle viste, offre uno sfrenato consumismo, mera illusione di uguaglianza, innalza la soglia dei bisogni materiali, penalizza pesantemente le fasce deboli ed i sud del mondo, confermando tutta la sua voracità con la crisi finanziaria, senza precedenti, originata ne- gli Usa nel 2007-2008.
Papa Francesco, a caldo, la definiva “terza guerra mondiale combattuta a pezzetti”, mentre non pochi Premi Nobel dell’economia impiegheran- no tempo per ammettere di non essere riusciti a prevederne gli effetti disastrosi. Il “mercatismo” altera in profondità l’equazione classica lavoro-produzione-reddito, sbilancia ulteriormente la distribuzione della ricchezza ad esclusivo vantaggio dei  pochi fortunati. La logica del mercato comporta conseguenze sull’assetto multipolare caratterizzato tra l’egemonia di Tramp – isolazionismo è guerra commerciale -, l’ascesa di Cina, Russia e India, l’avanzata dei paese cosiddetti “emergenti”, configurando un mosaico indecifrabile di regimi liberisti e regimi autocratici. Il mercato evidenzia la corsa allo sfruttamento illimitato delle risorse. Le questioni del riscaldamento del pianeta, delle energie rinnovabili e della difesa dei beni pubblici non sono più allarmi della scienza o da manuali accademici.
Grazie alla esemplare testimonianza di civiltà, per competenza e sen- sibilità, degli studenti mobilitati a decine di milioni in tutto il mondo, il 15 mar-zo scorso, la coscienza collettiva può trarre motivo di speranza e il ceto politico dovrà occuparsi con più serietà e determinazione dei pericoli incombenti sull’intera umanità. L’economia diventa così decisiva per gli esodi biblici di migranti in  fuga, anche a causa del clima, dall’Africa e dal Medio Oriente, verso l’Europa, per l’insensato terrorismo islamico e le lotte sulla cybersecurity. Sono tutte influenze intrecciate tra loro nella definizione di modelli di sviluppo, e, quindi, delle policy prevalenti e della tenuta della liberal-democrazia.
Si tratta di fattori convergenti a metter su una miscela esplosiva, provocando lo shock del Vecchio Continente, nel quale si è dato prova di poter crescere come comunità sui valori della libertà e dei diritti umani, della giustizia sociale e della solidarietà, nella lunga stagione di pace. Dunque, il presente, non ripiegato su se stesso, ma proiettato nel futuro, va analizzato e interpretato sull’orizzonte della complessità della crisi, sgombrando il campo da “provincialismi” inconcludenti e dai due mali che affliggono l’Europeismo: l’ostilità interna quasi ideologica per ambire a partneriati con potenze internazionali orientate espressamente a smembrare o inde- bolire l’Europa; la retorica dell’eurottimismo dai contorni conservatori.
A questo punto, e per brevità, occorre sottolineare gli effetti della crisi mondiale sui paesi membri in funzione delle singole condizioni generali: debito pubblico eccessivo, dipendenza energetica, competitività, qualità delle risorse umane, valori etici nella vita pubblica e privata, stabilità di governo. Per quelli più “malati”, Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e, a, seguire Polonia, Ungheria e Romania, nessuno può vantare di aver proposto misure diverse da quelle severissime adottate dalle istituzioni europee, quindi dai governi nazionali, unitamente ai sostegni finanziari del- la BCE.
Nell’ultimo periodo, Spagna, Portogallo e Grecia sono fuori dal tunnel delle sofferenze sociali cadute sulle popolazioni non così per l’Italia, che sembra scorgere alle porte il rischio default. La pasticciata Brexit ha gettato il Regno Unito nella più totale confusione e cresce la voglia di re- ferendum per fare marcia indietro. Non è fuori luogo scorgere nei territori Europei la scomparsa degli accaniti sostenitori delle “uscite” dall’Unione o dalla moneta unica. La rabbia e le insofferenze delle popolazioni riversate sui partiti tradizionali e sulle élite sono l’epilogo di una protesta partita dalle disaggregazioni, dopo la caduta del comunismo, che indussero i paesi dell’est alla corsa verso la Comunità, giustamente a senso unico. Si sono succeduti movimenti di opinione dalla identità politica instabile e da un sentimento di appartenenza che, in carenza di una visione cmpiuta della complessità globale, enfatizzano gli egoismi, i particolarismi, nonché le paure, per lo straniero.
Da qui il nazional-sovranismo e i populismi per le loro finalità e strategie fanno fatica nelle collaborazioni di governo e nell’approntare alleanze pre-elettorali. In definitiva, la crisi ha visto l’Uione impreparata; sono risultate amplificate criticità già presente ed altre si sono aggiunte nella congiuntura. Se l’opzione politica attualmente più accreditata è quella di una possibile rivisitazione dell’edificio comunita- rio essa avrà riscontri positivi solo con la doppia consapevolezza:
a) poche società o aree socio-economiche non possono, meglio non dovrebbero pensare ad affrontare le sfide imposte “dall’accelerazione della storia”;
b) è più facile migliorare un’esperienza di collaborazione intensa e virtuosa nella “casa comune”, che un agire politico ambiguo e contraddittorio dagli esiti avventurosi.