Casoria. Una sala del museo Cam dedicata a Roberto Saviano

“UN museo a Casoria è una provocazione, è liberazione, è trasformazione, è cittadinanza. E che in questo museo ci sia una stanza dedicata a me, questo mi fa onore. Perché si parla di arte laddove l’arte è davvero vitale sopravvivenza, e non è orpello”. Roberto Saviano commenta con orgoglio l’intitolazione a lui dedicata di una sala permanente del museo Cam – Contemporary Art Museum di Casoria. La cerimonia si terrà martedì 20 alle 18 alla presenza dello scrittore. Per la prima volta un museo intitola una sala a Saviano. Non accade in un centro cittadino. Ma in un comune come Casoria spesso bersagliato dalla camorra, e in un museo come il Cam più volte oggetto di minacce e intimidazioni.
“Raccontare il mondo e farlo attraverso l’arte è una sfida – prosegue Saviano – il Cam racconta, dal 2005, il mondo attraverso l’arte in un territorio difficilissimo, dove l’arte dev’essere necessariamente cronaca. Eppure, nonostante questa vocazione sociale legata al luogo in cui sorge, al Cam l’arte non si fa solo racconto del territorio, ma anche e soprattutto strumento per interpretare il mondo. Sono felice che il museo mi abbia dedicato una sala e sono felice di poter essere alla cerimonia di inaugurazione perché con il Cam condivido questo: l’arte come la scrittura, in determinati contesti, non può permettersi di essere evasione. L’obiettivo è di invadere il lettore, invadere il visitatore, perché si senta coinvolto e parte attiva del cambiamento”.
La sala permanente intitolata allo scrittore, autore del bestseller “Gomorra” e in vetta alle classifiche con il nuovo romanzo “La paranza dei bambini”, sarà inaugurata con una selezione di opere di artisti napoletani, a cura del direttore del Cam Antonio Manfredi, sul tema della camorra e rimarrà stabilmente nel museo. Si tratta di video, foto, installazioni di tredici artisti: Lello Lopez, Sergio Fermariello, Luciano Ferrara, Giuseppe Di Guida, Sebastiano Deva, Giorgio Scotti, Monica Biancardi, Giuseppe De Marco, Walter Picardi, Mario La Porta, Michele Attianese, Fulvio Di Napoli, Oreste Pipolo. Diversi linguaggi e sguardi, per esempio: nella foto di Lopez c’è il pavimento di una villa confiscata alla camorra, nella installazione firmata da Di Guida la statua di Padre Pio è circondata da copertoni e alle spalle un video proietta la scritta “un contadino mi ha raccontato che alcuni balordi stavano appiccando il fuoco quando…”.
Nell’allestimento nella sala Saviano anche l’opera di Antonio Manfredi presentata all 54esima Biennale di Venezia dal titolo “May be. They Could Live Here. International warrant_Work in regress, 2011”, una serie di banner verticali con le fotografie di uomini apparentemente comuni. Ma se ci sofferma si scorgono i volti di latitanti mafiosi, camorristi e affiliati alla ‘Ndrangheta. L’opera fu esposta anche al Kunsthaus Tacheles di Berlino. Durante la cerimonia martedì verrà assegnato a Roberto Saviano il Premio Cam-on, realizzato da Luciano Campitelli. Durante la serata si svolgerà la performance di Laura Niola “La consegna” e la performance musicale di Stella Manfredi “In memoria di Gelsomina Verde”, vittima innocente di camorra.
Il Cam è stato più volte protagonista delle cronache per le minacce e intimidazioni scaturite dalle battaglie artistiche che il museo ha sempre promosso, lamentando gli scarsi sostegni pubblici. L’arte come impegno civile per raccontare non solo la camorra, ma anche le contraddizioni della politica, i disagi sociali, il razzismo. Cinque anni fa il direttore del museo e il suo staff, sconfortati per l’indifferenza delle istituzioni e gli attacchi ricevuti, scrissero provocatoriamente persino alla cancelliera Angela Merkel per chiedere asilo a Berlino.
La produzione artistica del Cam, nonostante le minacce, non si è mai fermata: ricordiamo nel 2009 il bambolotto nero infilzato all’ingresso dei cancelli del museo in vista dell’inaugurazione di una mostra sull’Africa e l’anno scorso le telefonate anonime a Manfredi per la denuncia della sparizione della statua dell’artista giapponese Kaori Kavakami, esposta nella Villa Comunale. Il direttore Antonio Manfredi, per protestare contro la mancanza di sostegno delle istituzioni nel 2012, diede al rogo mille opere d’arte, una performance disperata per denunciare la mancanza dello Stato in terra di camorra.
 
“La presenza della camorra diventa sempre più pregnante – spiega Manfredi -una presenza che si riscontra nella sottocultura della violenza che si vive giorno per giorno, è una sorta di dittatura, perché dovunque vai, anche nella normalità, nella legalità, c’è il volto camuffato della camorra. Le cose che facciamo nel nostro museo hanno più valore qui che altrove, e Saviano è un simbolo per tutti: ci dice di continuare a tenere gli occhi aperti sul territorio e li fa aprire alle nuove generazioni”.
Fonte: La Repubblica